lunedì, aprile 26, 2004
Beh insomma, ora basta. Cioè: chiudo il blog, tanto per cambiare.
E’ giunta l’ora di chiudere le porte della Città d’Iram, dalle alte colonne, e di perdersi nel deserto. Perdersi davvero e vedere cosa succede.
E’ tempo di pensare a cosa voglio fare io con la mia vita. E’ tempo di pensare ai miei studi, alla danza, allo shiatsu. Infilare i miei nuovi abiti e utilizzarli. E’ tempo di prendere decisioni, anche drastiche, e di rincorrere i cambiamenti. Di riflettere su dove sono ora, qual è la mia casa. E’ tempo di vivere l’estate. E di crescere.
Mi voglio ricordare delle parole di Carlos, prima di lasciarci, di quello che mi ha offerto, e di come lo ha fatto. Voglio rifletterci, farle risuonare dentro di me per un po’. E mi voglio ricordare della lontananza, dell’assenza. Di quella sensazione di nervo che si scopriva progressivamente sotto le mani di Flavia e mi faceva vedere tutte le menzogne che mi sto raccontando ultimamente (nervo di Terra, non a caso). E anche del sorriso di Paolo, ieri sera mentre ballavamo.
Voglio promettere a marquantino che continuerò ad andare a teatro con lui (e suo fratello voglio solo ringraziarlo di esistere), a piero che mi ubriacherò con lui al company quando vorrà (si può dire?), a davide che non lascerò nell’incuria le sue piante e che presto avrà new entries, a ale che continuerò a seguire e sostenere la sua ascesa giornalistica, a elisa che la porterò ancora al fontanino e a jorma che mi lascerò portare al circo, ma non quando ho visite dall’estero...
E guai a voi se mi telefonate con la voce mogia. Questo blog non è nient'altro che un giocattolo terapeutico che ha fatto il suo corso ed espletato le sue funzioni. Ora andrà tutto meravigliosamente bene.
Si spera.
K!
scritto da gsabelli il 23:50 commenti permalink
Ragazzo mio... un giorno i tuoi amici ti diranno che basterà trovare un grande amore e poi voltar le spalle a tutto il mondo no, no, non credere, no, non metterti a sognare lontane isole che non esistono non devi credere, ma se vuoi amare l'amore tu, ...non gli chiedere quello che non può dare.
Luigi Tenco
scritto da gsabelli il 09:47 commenti (4) permalink
mercoledì, aprile 21, 2004

Gli esami
Parecchio rincoglionito giungo al termine della visita ispettiva per ottenere la certificazione ISO 9001:2000. Appena terminata scappo a casa e mi butto sul letto. In uno stato simile a quello di quando superavo gli esami all'università: sai che l'hai superato, ed in fondo rimane tutto com'era prima. Sai ma non senti. Sei stordito per tutte quelle sostanze che da due giorni ti circolano nel corpo, adrenaline, e robe varie. Sei sintonizzato sul tema dell'esame, qualsiasi altra cosa fatica ad attirare la tua attenzione (tornando a casa sono dovuto passare in posta a pagare un bollettino e ho dovuto chiedere la prassi del pagamento dei bollettini, ma si può?).
In realtà mi chiedo se ho voglia di reggere sulle spalle tutta questa responsabilità. Rispondo che non ne ho voglia, ma accantono domanda e risposta, per il momento.
Settimana di esami: domani quello di shiatsu, per accedere al quarto livello. E se lo supero lo dovrò anche all'amico deep, che mi si è prestato, anima e corpo, per una lunga ora questa notte. E si è perfino addormentato sotto le mie mani, cosa che onora qualsiasi massaggiatore.
E poi l'esame dell'ammmmore questo venerdì. Che è quello più importante. Ed è il più bello, amici, perchè si può fare quando vuoi, dove vuoi e, soprattutto, si può fare sotto le coperte!
scritto da gsabelli il 18:30 commenti (12) permalink
lunedì, aprile 19, 2004
...occorrerebbe fare un blog astratto...
scritto da gsabelli il 12:49 commenti (22) permalink
venerdì, aprile 16, 2004
Esperimento mentale
Chiudete gli occhi, concentratevi, niente musichette new age, per favore. Tirate un sospiro e visualizzate la sua faccia, la faccia di berlusconi. Immaginatelo dove volete, in parlamento, sul balcone del papa, sul balcone di piazza Venezia, a raccogliere i fiori. Dove volete. Improvvisamente si gira verso di voi, sorride e dice:
Omosessuali e transessuali meritano la stessa considerazione pubblica degli eterosessuali e hanno il diritto di vivere liberamente la vita che hanno scelto. Ribadisco la mia intenzione di modificare il codice civile per riconoscere loro, in segno di uguaglianza, il diritto al matrimonio, con le conseguenze in materia di successione, diritto del lavoro e della sicurezza sociale.
Che effetto vi fa?
Che effetto vi fa sapere che queste parole, proprio loro, sono state pronunciate ieri mattina da Zapatero, il nuovo premier spagnolo, nel suo DISCORSO DI INVESTITURA (!!!)? La Spagna, un paese così vicino a noi, in tanti sensi, in cui la cultura cattolica è così presente, il cui machismo viene studiato come un fenomeno antropologicamente pervasivo. Ecco, lui ha detto quese parole.
...
Berlusconi chiude la bocca, si gira e se ne va. Fine dell'esperimento mentale.
...
Il 9 Maggio si terrà una convention a Milano organizzata da Arcigay e Arcilesbica Nazionali in cui verranno indicate con chiarezza, almeno si spera, le posizioni e gli impegni presi in merito alla questione omo-bi-transessuale dai candidati alle elezioni europee, comunali e provinciali. Sarà una convention da registrare.
Grazie villaggia per la segnalazione.
scritto da gsabelli il 14:19 commenti (9) permalink
La città di Irma
#6 BERLINO e AMBURGO - L'uscita
“Quella relazione apparteneva a un’altra categoria, non-equivalente e inaccessibile, la svolta operata da Dorian era irrevocabile”. Rubo parole.
Mi fanno pensare a quando da piccolo, al mare, facendo il bagno mi avvicinavo alle boe di sicurezza che delimitavano quell’area di mare certa destinata a vecchi, bambini e bagnini. In quel momento, nel guizzo sott’acqua, percepivo il cambiamento dal quadrato d’acqua, sicuro, protetto, al mare. Come se quattro boe potessero tenere lontante le meduse, pescicane e mostri con mille tentacoli e otto bocche, che invece mi attendevano immediatamente al di là. Questo passaggio avrebbe potuto essere fatale.
E’ così uscire allo scoperto, parlare di sé come omosessuale, assumere su di sé tutte le opportunità e le contraddizioni che si cristallizzano su un’identità sessuale; uno spartiacque nella vita di un uomo e di una donna. Un prima, un dopo. Se tu visiti Londra prima di questa svolta e poi la rivisiti dopo, magari a una distanza di dieci anni, vedrai cose diverse, perché i tuoi occhi saranno cambiati. Vedere luoghi “prima” e “dopo” siginifica vedere luoghi diversi. Ci sono alcuni luoghi, liminali, che hanno una rilevanza tutta loro. Sono i luoghi legati alla scoperta. Per me due città: Berlino e Amburgo. Città che ho vissuto da solo, città fortitifcate, città bozzolo. Città che per me, ora, non esistono più.
Il mio ventunesimo anno l'ho vissuto in Germania. Di quell’anno, un mese l’ho passato a Berlino. Già semi-consapevole di me, ancora timoroso dell’incontro, decisi che una sera sarei andato in una discoteca gay. Me lo dovevo. Una volta individuata un club gay sulla rubrica glbt di un giornale tipo “Time Out”, mi ci recai. Ricordo che era all’angolo di due strade, non lontano da Potsdamer Platz, che allora era solo un buco pieno di gru. Feci qualche giro dell’isolato nel freddo febbraio berlinese, per guadagnarmi il coraggio di entrare. Poi feci il mio ingresso nel buio, feci il guizzo e sorpassai le boe. Non ricordo granchè della serata, se non che presi a bere vino rosso (“ein Glas rot Wein, bitte”), cercando di allentare la presa dell’inibizione. Mi ubriacai presto, ballai, c'era un ragazzo che mi piaceva ma mi accontentai, per quella serata, di essere lì. Al ritorno a casa, a piedi, vomitai un paio di volte per strada. Ce l’avevo fatta. Da lì presi a frequentare un caffè gay a Kreuzberg, e a godere, piano piano, della rilassatezza e luminosità dell’ambiente gay berlinese.
Poi presi un treno per Amburgo, dove rimasi qualche giorno. Il sabato sera andai in una discoteca gay nel centro della città. Questa volta entrai subito. Dentro ero più rilassato. Ballai e conobbi un ragazzo più grande di me. Di lui non ricordo niente se non l’odore di alcol. Forse era biondiccio. Fui finalmente preda di un gayo abbordaggio. Alle cinque mi portò al porto, in uno dei posti più strani che vidi in quell’anno in Germania: il mercato del pesce. In un gigantesco capannone, solitamente adibito a mercato del pesce, ogni domenica all’alba ci sono due concerti contemporaneamente: i gruppi suonano ai due estremi del capannone, così grande che i due concerti non si disturbano a vicenda. Nel frattempo prende vita il mercato, sia lì dentro che in tutta la zona circostante. E’ usanza degli amburghesi terminare il sabato sera qui, facendo colazione a base di pesce e ascoltando musica. Il ragazzo mi portò su un ballatoio da cui si godeva una vista su tutto il capannone e mi baciò. La sua bocca sapeva anche di sigaretta. Era molto dolce con me.
Al termine del concerto torno all’ostello, lui mi dà appuntamento quella sera a casa sua. Mentre si avvicina l’ora dell’appuntamento, decido di non andarci. Per paura. Il giorno dopo parto per Brema. So di aver superato le boe di sicurezza e che dovrò inventare la mia vita da zero, so che incontrerò meduse e squali, e mostri di ogni tipo. So anche che io stesso sarò uno squalo. “Per qualcuno”, mi dico. In realtà, da quel momento in avanti, per tanti.
scritto da gsabelli il 11:21 commenti (5) permalink
giovedì, aprile 15, 2004
Breve ed intenso
Il mio soggiorno a Londra, da Mikula, la spia che impazza. Ho visto solo due musei, la Tate Modern e la Galleria Saatchi. Avevo in programma anche El Greco, e Cecil Beaton, ma ho capito che non era cosa. Avevo più che altro bisogno di un po’ d’aria nuova, di passeggiare, di osservare persone e luoghi. Così facendo, sono successe tante cose, inaspettate, molto belle. Innanzitutto, anche lì, in questi giorni, è cominciata la primavera.
Ieri mi sono integrato nel tessuto socio-culturale del Commonwealth. Ho chiacchierato un sacco con Simon, il compagno di appartamento di Mikula, anche’egli una spia, proveniente da Durham. E ho capito tutto, sono persino riuscito ad interagire properly… Siamo andati insieme fino a London Bridge e lì ci siamo salutati. “So… See you tonight!”, fa lui - „Yeah, maybeee…”, rispondo io. Poi una puttana mi ha rimorchiato. “No, thank you, another time…”. Poi ho pranzato in un parco insieme ad uno scoiattolo che mi saliva sulle scarpe per ricevere pezzettini di parmigiano-cheese. Poi un’anziana signora mi è rovinata su un marciapiede, a un metro da me, e sono accorso a raccoglierla. “Oh thank you darling, I’m okay”. Si è alzata e ha zompettato via. Insomma, le tanto temute cosiddette “relazioni sociali” sono andate benone, debbo dire…
Io vivo ai margini dell’impero queer
Sarò il solito noioso, ma lassù, ragassuoli, sì che sanno vivere.
Ho incontrato Paddick, finalmente (E LUI SI' CHE SA VIVERE). Ci siamo visti al the Edge, di Soho square. Un bel pub su più piani, tranquillo, con divani in cui si sprofonda, musica bassa. Fico. Paddick non è come me lo aspettavo: innanzitutto perché ha degli occhi azzurri assolutamente poco sardi. Eppoi… me lo immaginavo serioso.
Alla fine siamo riusciti a convincerlo a venire con noi al Ghetto. Non so se l’abbia deciso perché gli stavamo simpatici o perché era ormai sbronzo e aveva perso la capacità di intendere e di volere. Di fatto ci siamo recati tutti e tre trotterellanti al Ghetto, dove ci ha accolto una bella ragazzona nera: “You all know guys this is a gay club?” In coro, intimoriti: “Yeeeees”. Poi ci ha perquisiti, e giù, per le scale che conducono a questo immenso scantinato con tutte le pareti dipinte di vernice rossa.
Ecco. Il Ghetto.
Ecco…
Innanzitutto:
ho visto Paddick ballare.
E poi, da dove cominciare…
Dal bagno.
Prima andata al bagno (dei maschi): sono all’orinale, entra una ragazza, si abbassa i pantaloni e piscia anche lei nell’orinale. Controllo se è in possesso del cono pisciatore femminile, ma niente, così, nature.
Seconda andata al bagno (dei maschi): mi ci reco seguito da un ragazzo. Costui si posiziona all’orinale accanto al mio e comincia a pasticciarsi, guardandomi. Io piscio e me ne vado. Lui mi segue sulla pista. Non mi attira granchè. Dopo due minuti lo vedo pomiciare allegramente con un altro.
Il bagno del Ghetto val bene una messa.
Eppoi, eppoi… è tutto così più semplice. Ti guardi, ti piaci, e via. Niente appostamenti, niente presentazioni di circostanza. E a differenza dell’Italia, dove nessuno mi caga, pare che il tipo mediterraneo a Londra vada molto.
La gente sembra ascoltare la musica, sembra non essere costantemente sulla passerella di Versace, sembra sorriderti, sembra essere presente con te in quel momento, e non in un empireo egoico di innalzamento di sé. Si capisce?
Ho la sensazione di essere ai margini di un mondo e di stare perdendo quello che succede dentro. Da un po’ di tempo a questa parte cresce la voglia di levarmi dai coglioni. Di andare altrove.
E su Londra, per ora, assolutamente a fini scaramantici, preferisco non dire altro.
scritto da gsabelli il 00:48 commenti (21) permalink
domenica, aprile 11, 2004
Una sera passata da quelle parti lì
Entro nel locale e incontro per la seconda volta nella serata l'amico di Belandi. Riprendiamo a parlare, e mentre ci aggiorniamo sugli ultimi 5 anni della nostra vita in una pillola di 2 minuti - potere della sintesi - non posso non continuare a pensare che questo ragazzo era fisicamente molto diverso. Forse era obeso, e ora è invece piuttosto in forma, o forse non aveva gli occhiali. Più lo guardo e meno me lo ricordo. Penso che devo fare qualcosa per la mia memoria, penso che non è possibile che le persone si ricordino ancora di me, mentre io le ho completamente rimosse dalla mente. Perchè ho una memoria così selettiva? Dice anche di avermi visto 3 anni fa durante il G8, mentre piangevo per i lacrimogeni vicino a piazza Alimonda. Vero, ero lì.
Un ragazzo effemminato, alto e magro, con la pancia lasciata scoperta da uno striminzito top leopardato e con dei pantaloni a vita mooolto bassa che fanno intravedere un tanga anch'esso leopardato, è in prima fila all'estrazione delle uova di Pasqua. Parla con un amico e ripete esattamente le stesse parole che dice l'animatore della discoteca. Ripete la battuta, si mette le mani davanti alla bocca, e ride. Non vince l'uovo. E non lo vince neanche l'amico sedicenne che sta abbracciando da dietro un trans di colore dalle labbra molto gonfie. Penso che mi piacerebbe vincere l'uovo.
Un gruppo di ragazzi dall'alto guarda due tipi che ballano, in basso. Il gruppo continua a ridere. C'è un motivo. Li fisso anch'io, i due ragazzi. Uno dei due mi guarda e capisco che lo sto mettendo in imbarazzo. L'altro si allontana e lo perdo di vista. Continuo a guardare quello rimasto, incurante del suo imbarazzo. Mi sento dentro un gioco che non mi interessa poi granchè. Ci rimango.
Una bella serata di chiacchiere con un ragazzo che ha bisogno di parlare e di capire se è strano lui o è strano il mondo. E' più grande di me, si è rivelato da poco. Nelle sue parole mi piace ascoltare l'attenzione che ha nel mandare avanti il suo primo rapporto importante. Mi piace sentire le difficoltà che incontra e rimandargli indietro un qualche tipo di risposta, un consiglio, o un'esperienza. In questi caso io mi immedesimo nell'altro, quello che crea il "problema". Lui mi chiede alcune cose e io mi sento più vecchio di lui. Sono felice di dargli fiducia. Sono felice che mi racconti cose così personali.
Conosco anche un altro ragazzo, mi sembra una persona preziosa: per stare vicino a un amico ha messo a repentaglio alcune cose importanti della sua vita. Mi chiedo se questo suo amico l'abbia capito. Il suo amico se ne va di fretta, incupito.
A volte ci si sente protagonisti di un romanzo, magari di quelli belli importanti, in due tomi. E può sembrare che le difficoltà stiano mandando a puttane tutto il tuo bellissimo romanzo. Sono convinto che sarebbe buona cosa pensare alla propria vita più come a un racconto, o a tanti racconti che si interesecano, si completano, si prolungano a vicenda, ma rimangono sempre racconti che si possono leggere anche separatamente. Non sempre si è protagonisti di tutti i racconti. A volte è utile mettersi in disparte, lasciare agire altri, dare una letta ai racconti altrui per capire chi siamo noi nella loro vita, quale posto ci è stato dato. Nell'affrontare i periodi no, c'è poi bisogno di incaponirsi nel tentativo di risollevare tutto un romanzo in due tomi? O può servire prendersi cura anche solo di un racconto per volta? Se un racconto di cui facciamo parte finisce male non è detto che finiscano male anche tutti gli altri. E quando ce n'è anche solo uno che sta andando bene, che senso ha abbandonarlo per andare a scriverne uno che sappiamo già finire male?
Vado a pisciare. Nelle discoteche di provincia tutti guardano tutti (anche e soprattutto nei cessi), al guardaroba lavorano signore di una certa età (che ti abbracciano con sguardo materno), ti senti scemo a ballare da solo (anche se il cubista balla peggio di te) e ti versano il negroni da una brocca senza ghiaccio (caldino, che fa schifo e va giù molto velocemente).
scritto da gsabelli il 19:58 commenti (5) permalink
venerdì, aprile 09, 2004
Irma racconta per ritrovare dei frammenti di qualcosa che non riesce più a trovare. Irma vorrebbe ritrovare l'intemperanza, la passione, l'incondizionato, l'irrazionalità. Irma non vuole più parole, Irma cerca l'emozione dell'attesa di qualcuno. Irma non dà nulla per scontato, esce dai codici, e ci rientra.
scritto da gsabelli il 14:07 commenti (11) permalink
giovedì, aprile 08, 2004
Sdraiato sul letto, nel pieno del pomeriggio, ascolto un disco, cerco di dormire. Di pomeriggio riesco a dormire solo se non ci provo. Arriva un concerto di Bach che mi piace tanto. Allungo la mano per alzare il volume, tornando indietro fisso il dito indice e il medio, che compiono un arco ampio, fino a toccare il cuscino, e a rilassarsi. Se potessero riprendere a suonare... Penso all'ultima volta che ho pianto per la felicità, ero su questo letto, anni fa. Non c'era un motivo preciso, semplicemente ero felice. Non mi è più successo poi.
Dico a una persona appena conosciuta uno dei miei sogni più profondi, solo per il modo in cui me l'ha chiesto.
Questa è una musica veloce, triste, incessante. Adoravo suonare Bach, era così matematico, intuitivo.
Stamattina sono stato al Mart, il museo d'arte contemporanea di Rovereto. L'ho visitato stanco, ho giocato agli inseguimenti con uno sconosciuto dagli occhi blu. Un'esposizione sulla montagna, quadri di Cezanne, bizantini, di Wahrol, di Duerer, di Kandinskij, Kirchner, Turner, Merz, Baselitz, Muench, Segantini (un sacco di altri, questi sono gli unici di cui ricordo sia il quadro che l'autore). L'esposizione permanente invece contiene un sacco di Depero, De Chirico, Balla, Boccioni, Carrà, Medardo Rosso, Morandi, Licini, Sironi. Il palazzo del Mart è di vetro, tagli di luce illuminano alcune stanze, altre sono illuminate da enormi vetrate, alcune altre invece sono buie e vengono illuminate solo dalle lampade dei quadri. Tutto si sviluppa attorno alla "piazza" del Mart, sormonatata da una cupola di vetro. Ho scoperto un quadro di De Chirico che mi piace molto: Thebes. La città di Antigone e Ismene, e di Eteocle e Polinice, i fratelli che si uccidono a vicenda. Di Edipo e di Giocasta. Di Laio. La città con sette porte, che nel quadro sono distrutte. La città con un esercito dentro, e uno fuori, eserciti in cui scorre lo stesso sangue, e che si combattono l'un l'altro. Nel quadro la città è diroccata, non c'è più nessuno. Sono tutti morti da tempo.

Arrivavo al Mart da una terribile mattinata passata a elemosinare soldi per la rassegna di teatro di Luglio. Pensavo di non tirar su niente, invece alla fine una banca ci darà ben 2000 euri. Che non bastano neanche a pagare una compagnia, ma tant'è. Eppoi si è aperta la prospettiva di una collaborazione proprio col Mart, collaborazione che consiste nell'utilizzare la sua piazza con cupola per alcuni spettacoli.
Il primo appuntamento alle 8.30, sveglia alle 7.30, dopo cinque ore di sonno. Il secondo alle 9.30, con una tipa decisamente affamata e noiosissima che mi ha mostrato le bellezze del teatro di Folgaria. Dopodichè con tono perentorio mi ha intimato: "Ma ora parlami di te".
Arrivato ieri notte all'una e mezza nella casa fredda, aveva appena nevicato. Benvenuto dalla gatta, che voleva le pallette croccantine. Speravo venisse a dormire con me, almeno per avere una fonte di calore vivo nel letto, una presenza affettuosa, qualche fusa.
scritto da gsabelli il 19:24 commenti (7) permalink
mercoledì, aprile 07, 2004
La città di Irma
#5 BELANDI – In una prigione dorata
(non pioggia, stupide!)
A 22 anni non avevo ancora avuto una storia che fosse durata più di sei mesi. In quel periodo cominciai a chattare. Per il terrore di incontrare qualcuno che non mi piacesse e di fare qualcosa che non volevo fare, come mi era successo con Pedro, non davo mai appuntamenti a nessuno. Le poche volte che mi era successo, l’agitazione prima dell’incontro era stata intollerabile. Una notte uno mi spedì una sua foto in una posizione molto strana: nella foto era ritratto un tipo biondo, coi capelli lunghi lunghi, che faceva il ponte, a torso nudo e con dei pantaloni da danza. I capelli toccavano terra, sembrava un bel tipo. Anche a chattare era diverso dagli altri: più diretto, più passionale. Era di Genova e aveva un anno più di me. Dopo qualche sera decidemmo di sentirci al telefono. Nel frattempo avevo scoperto che era ballerino, studiava non ricordo più cosa all’università e faceva il pr per una famosa discoteca di Firenze. Al telefono aveva una voce calda e morbida. Decidemmo, dopo una breve frequentazione virtuale e telefonica, di incontrarci: quella sera presi la macchina e, da Milano, andai a Genova.
Da lì iniziò la mia storia con Belandi. Ci vedemmo i fine settimana, dopo il nostro primo incontro. Un po’ da me, un po’ da lui. Poi un giorno di inizio inverno mi ammalai e lui si stabilì qualche giorno da me, complice l’assenza di mia madre per qualche suo lungo viaggio. Avevamo pianificato da tempo di andare a vedere un concerto di David Bowie per pochi intimi. Cioè: lui aveva pianificato di portarmi, chè a me proprio non me ne fregava nulla di Bowie. E ci andai nonostante i miei 38 di febbre. Di lì a qualche giorno mi riempii di macchie rosse sulla pelle. Il mio look leopardato mi piaceva, ma mi procurava un forte prurito, e siccome la febbre aumentava, andai al pronto soccorso dove non sapevano dirmi cosa avevo e mi ricoverarono per fare delle analisi. Rimasi due settimane all’ospedale con una forma particolarmente acuta di mononucleosi. E con Belandi a Genova incazzato nero con me perché non capiva da chi l’avessi potuta prendere. Uscii dall’ospedale dopo Natale e andai a Genova. Decidemmo che mi sarei trasferito da lui.
La mia vita di Genova era più o meno questa: studiavo per un esame universitario, giravo per la città con Belandi e frequentavo la sua compagnia di amici. La sua vita era: chattare, guardare MTv e imitare i balletti di Breatney Spears, Shania Twain & co., uscire con la sua amica dai capelli azzurri che studiava anatomopatologia per diventare la futura Patricia Cornwell, e portarmi in alcuni negozi di vestiti che erano stati eletti dalla sua cumpa a punti di ritrovo in. Dal canto mio imparai un sacco di utili informazioni sulle labbra di Natalie Imbruglia, e lo accompagnai di persona a farsi iniettare l’acido ialuronico per gonfiarsi le sue (inutile era stata la mia opera di dissuasione). Mi iniziarono a venire i primi dubbi sulla sua carriera di ballerino, di studente universitario e di pr quando, dopo un mesetto circa, non l’avevo ancora visto svolgere nessuna delle tre attività summenzionate.
La sua pressione nei miei confronti aumentava: per Genova non gradiva che girassi da solo, né che io frequentassi, senza di lui, le persone che via via andavo conoscendo, né, addirittura, che in pubblico parlassi o dicessi qualcosa che non fosse diretta a lui. Mi tinsi i capelli di blu, in attesa di esplodere.
Una sera, aveva invitato alcuni amici a cena, Belandi mi zittì nel bel mezzo della cena, in modo secco e pieno di astio (“Zitto tu!”), non appena aprii bocca per dire la mia solita, ennesima stronzata. Ci fu il gelo tra gli astanti. Zittire me, Irma, in quel modo? Apriti cielo!
Finita la cena trovai l’occasione di appartarmi con la sua amica dai capelli azzurri. E allora, durante il mio sfogo, ne scoprimmo entrambi delle belle: seppi da lei che Belandi non era più iscritto all’università da qualche anno, non era ballerino e sì, ogni tanto organizzava qualche serata, ma da lì a dire che era pr… Ci aveva mentito ad entrambi su tante altre cose più piccole ma non meno importanti. Capii anche perché non voleva che vedessi da solo la sua amica: aveva costruito un castello enorme di balle che si reggevano l’una sull’altra. Quella sera il suo castello crollò. Iniziammo a litigare tutti i giorni. Poi mi arrivò la cartolina di precettazione. Dovetti sbrigare in tutta fretta le pratiche di obiezione di coscienza e me ne andai. Dopo qualche giorno lo lasciai, telefonicamente e senza dare troppe spiegazioni.
scritto da gsabelli il 01:11 commenti (33) permalink
martedì, aprile 06, 2004
Questa sera a danza abbiamo fatto una cosa da sentirsi tipo in un quadro di Chagall.

Sospesi nell'aria e obliqui. Avete notato che tantissimi personaggi dei quadri di Chagall sono obliqui?
scritto da gsabelli il 00:31 commenti (4) permalink
lunedì, aprile 05, 2004
Post autoreferenziale - cioè intimo
Questo post vuole raccontare del fatto che stasera sono stato a ballare. E sono successe un sacco di carrambate. Innanzitutto ho rivisto p.k. Un ragazzo che mi frequentava, e che io cercavo di frequentare il meno possibile. Si è lasciato col suo fidanzato. Ora esce con un operaio che, parole sue, "non è per offenderti, ma ha una proprietà di linguaggio superiore alla tua" (fortuna che non c'era il suddetto operaio a sentirlo...). Eppoi, voi non l'avete visto, ma chi l'ha visto riderà a crepapelle a leggere questa sua simpatica battuta: "Sai, in questo periodo c'è un po' di scazzo tra noi, perchè, sai, lui mi ha fatto la dichiarazione...". Allora sono fuggito, lui mi ha inseguito sbraitando. Poi ho incontrato senzalimiti e gliel'ho appioppato. Spero mi perdonerà.
E poi la seconda carrambata: in questa discoteca, gayssima, ho incontrato un allievo della mia scuola. Il quale, per giunta, non è per nulla male.
Un'ultima osservazione: ogni tanto io e il marquant abbiamo gli stessi gusti in fatto di uomini. E' per questo che non potremo mai essere vere amiche, se ci teniamo a mantenere un contegno signorile in società. Difatti è successo che alla fine della serata volevamo spogliare uno, siamo saliti sul cubo dove stava ballando, ma quando, con la massima circospezione, ci siamo fatti vicini, lui è scappato. Forse aveva intuito qualcosa...
Ultimissima: stasera è partito Marlon. Gli avevo detto che all'una sarei passato a salutarlo, mentre sbaraccava, ma all'una e venti ero ancora a ballare. Poi ho fatto un po' una corsa, sapendo (sperando) di non trovarlo. E infatti non c'era più. Un po' mi spiace. Eppoi così si lasciano i sospesi, e a sessant'anni mi verranno le nevrosi. Ora vado a dormire, cantando Non, je ne regrette rien.
Fuori la luna è piena.
scritto da gsabelli il 02:36 commenti (14) permalink
domenica, aprile 04, 2004
Eppoi ho pure scoperto di avere un ammiratore o un'ammiratrice segreto/a. Nei commenti a questo post di anelli di fumo. Chi sei, chi sei? Rivelati, non avere paura...
scritto da gsabelli il 16:51 commenti (3) permalink
Grazie a Prometeo ho scoperto che sono Grace. Certe cose è meglio non saperle.

scritto da gsabelli il 16:46 commenti (6) permalink
sabato, aprile 03, 2004
Il piccolo Circo di Porta volta a Milano organizza una rassegna di teatro di strada e ogni venerdì sera c'è uno spettacolo diverso. Tutto si svolge sotto un tendone che, pare, è lì da anni. E io non ci avevo mai fatto caso.
Si respira un bel clima. Un sacco di bambini, eppoi c'era quella modella là degli anni 60-70 che non si è fatta le operazioni estetiche per via della sua filosofia di vita, ma non mi ricordo come si chiama. Lei è una delle organizzatrici e, se quello che ho visto era davvero suo figlio, credo che tornerò presto al circo...
La manifestazione è gratuita. Al termine degli spettacoli, chi vuole, può mettere i dindi nel cappello dell'artista.
Ma veniamo al dunque: abbiamo assistito a due spettacoli, uno di pantomima e l'altro di teatro di strada. Il primo era così: due scale a pioli aperte erano le due case dove due amici andavano a vivere. Prima erano felici e contenti, poi litigavano per motivi di calcio e facevano a botte in un sacco di modi. Molto bello, davvero.
Il secondo era ancora più bello: Osvaldo Carretta è un teatrante di strada che non c'ha più mica tutta questa voglia di farlo, alcuni giochi gli vengono bene, altri un po' meno, altri li inizia e non c'ha poi voglia di finirli, altre cose, a 46 anni, non riesce proprio più a farle. Un po' malinconico, in certi momenti. E poi alla fine ha raccontato la storia di Vecchione Baffone Pimpirimpone che va a caccia, ed è stata magnifica.
Poi siamo andati dagli jorma, dove io sono diventato Britney Spears, il tigro Molly Bloom, jorma Cecil Beaton, Delia Enza Sampò, Spock Willis (il fratello di Arnold), Papoff il capitano Kirk e marquant E.T.
Chiamatela pure serata di regresso infantile. Noi ci divertiamo così.
scritto da gsabelli il 11:54 commenti (16) permalink
venerdì, aprile 02, 2004
Che dire, ho rivisto lei, l'amica grace di marquant. E' sempre un piacere. E con lei, lui, amico uomo che deve avere qualcosa che io devo assolutamente sapere. Eppoi ho rimediato un sacco di indirizzi di posti da vedere a Londra. Mikula, non scrivi ma so che mi leggi: preparati al mio arrivo. Marquant, quanto mi odi?
scritto da gsabelli il 01:10 commenti (6) permalink
giovedì, aprile 01, 2004
La città di Irma
#4 MARLON - attorgiovane esistenzialista
Prologo – entra il coro
Ci conoscemmo dalle mie parti, sul posto di lavoro. Fu subito uno scintillare di sguardi. Andammo a prendere un caffè insieme, il dialogo era fitto, si parlava di lavoro, della vita, e di tutte queste belle cose. Ci si annusava, insomma.
Marlon è attore, attorgiovane per la precisione, in tournèe a Milano per tre settimane. Non particolarmente figo, ma con un suo perché. Voce suadente, dizione corretta, sguardi intensi e color nocciuola. Eppoi con quest’aria vagamente maledetta, stravolta dalla vita, una vita intensa, che gli ha procurato rughe in faccia alla veneranda età di 26 anni. Di lui ricordo queste due rughe accanto alla bocca, tanto belle.
Ci conosciamo, e parte per Bologna. Non senza avermi comunicato, en passent, di avere qualche difficoltà a trovare dove dormire per queste tre settimane milanesi. Io taccio, e dopo un paio d’ore mando sms con invito a venire da me. Ho una stanza in più, perché no? Risponde e felice accetta il mio invito.
Primo atto
Lui è a Bologna, per uno spettacolo, prima di trasferirsi da me per tre settimane. Fioccano messaggi e telefonate. Siamo ancora sul chi va là.
Poi una sera mi arriva un suo sms, molto intimo, molto “questo lo dedico a te”. Ovviamente il te non sono io, mi dico, nel mio pessimismo leopardiano. Rispondo: “Questo messaggio era per me?”. Scattano risposte molteplici, arrampicate sugli specchi, “no, scusami, un terribile errore” “perdonami sono stravolto, stravacco, stracotto” e poi, “in fondo nulla succede per caso”. E il mio cuore, che non ha cervello, poverino lui, comincia a battere. Il giorno dopo sbarca a Milano, con armi e bagagli. Andiamo a teatro, gli chiedo: “Come mai tutte quelle risposte? Non bastava un semplice ‘no, scusa, non era per te?’”. Risponde: “Mi vedo con un’altra persona, ma non è cosa, sta finendo, lui sta con un altro da sette anni, stanno comprando casa insieme, non lo vedo mai, 5 volte in 2 mesi. Eppoi probabilmente quel messaggio voleva essere per te. Tutte quelle risposte erano perché non volevo precludermi una possibilità con te”. Allora scopiamo.
Secondo atto
Con Marlon è tutto molto bello. Sa di vita vera. C’è passione, tenerezza, avventura. C’è anche dialogo sui massimi sistemi, cosa buona, pensando a quando saremo vecchi e in andropausa. Poi io parto per tre giorni. Continuo a pensare a lui. La sua chiarezza riguardo all’altro suo uomo mi aveva tranquillizzato. Non ci penso. E lui, quando è con me, è con me, sempre presente. Tuttavia, penso, prima o poi dovrò chiedergli qualcosa. Ma lascio andare. Il tavolo della cucina diventa la nostra mailbox, ci lasciamo messaggi su ogni tipo di supporto, di buongiorno, di dove sei?, di come sto, di ti aspetto a letto. Sempre più lunghi, fino ad arrivare a una mia lettera. “Chi sono io per te?”, gli chiedo. “Chi sto diventando?”.
Quella sera vado a vedere il suo spettacolo, che mi piace ma non mi entusiasma. Lui avverte, durante tutto lo spettacolo, “la mia energia negativa”. E a me se mi parli di energia negativa cascano i coglioni per terra. Mi accusa del fatto che il suo spettacolo non mi è piaciuto. Interroga, incalzante, sul perché, sul cosa mi ha comunicato, su cosa è mancato. Tutto questo mi sorprende, mi atterrisce anche un po’. “Perché è così importante il mio giudizio per te? Te l’ho chiesto anche nella lettera, non puoi dare per scontato che io ti legga nel pensiero”. Ecco, butto là l’argomento lettera, che fino ad allora non era stato toccato. Le uniche risposte ricevute sono state: “Io a te ci tengo” (detto questo, mi sono sentito catapultato in un cartone animato tipo Georgie) e, dopo qualche minuto “Perché noi esseri umani vogliamo sempre sapere cosa passa nella testa altrui?” (questa invece voleva essere Giulio Giorello ad una lezione di filosofia teoretica). Che attore! Che magnifica rappresentazione! Stai scherzando, vero?
Epilogo – del silenzio
Qualche giorno di silenzio, io mi raffreddo, divento persino algido. Fino a che, una mattina, mi sveglio, guardo chi ho accanto, e non lo riconosco più. Quella sera mi dice: “Domani torno nella mia città, devo pagare l’affitto, parto alle due”. Il giorno dopo arrivo a casa alle otto, ed è ancora lì. “Sto per partire, domattina tornerò col treno delle sei.””Mi scusi, e l’affitto lei lo paga sempre nel cuore della notte?” ”No, non vado per pagare l’affitto, vado per altri motivi”.
That’s nice of you.
Il giorno dopo trovo biglietto: “Il mio viaggio è andato male, mi sono sentito sbalzato nel tempo e nello spazio” Rispondo: “Mi spiace che il tuo viaggio non abbia dato i frutti che desideravi. Quanto a noi, vorrei che tornassimo a dormire in stanze separate”. Mi sento coraggioso e risoluto. E pure saggio. Quella notte lo sento rientrare e andare nell’altra camera. Il giorno dopo (io ero uscito di casa prima che lui si alzasse) mi chiama e mi invita a pranzo. C’è aria di risoluzione. A pranzo:
“Scusa ho generato un’incomprensione”
“Nessuna incomprensione, anzi, il tuo silenzio ha generato comprensione”
“No, scusami per le incomprensioni. In questi giorni ti ho succhiato le energie come un vampiro. [mi viene in mente un sogno fatto qualche sera fa, vedi post più sotto, e mi chiedo: sto diventando un paragnosta?].”
“Sei un martello tu, eh?!? Insomma, vuoi dirmi qualcosa sulla lettera?”
“Non sono bravo a parlare”
Allora scatta all’azione il maieuta che è in me (o se preferite il maestro d’asilo), ed inizia un dialogo platonico tra Socrate e Alcibiade, il cui succo è racchiuso in questa frase:
“Lui – cioè l’altro – reclama una parte della mia memoria e delle mie energie mentali (mi rendo conto che energia è la sua parola preferita). Pensavo di poter stare con te, ma lui è sempre presente in me, un fantasma, anche se è assente, anche se non lo vedo mai e lui non vuole vedere me.”
Ecco, è finita anche questa. Potrei andare avanti e perpetuare il ciclo, accettare che lui stia con un altro che gli succhia le energie mentali, stare con uno che sta con un altro, ma non ne ho granchè voglia. Mi chiedo perché alcune persone hanno un così basso rispetto di sé. E mi sorprende come, in situazioni simili, esistano reazioni tanto differenti, dettate più dall’istinto che da considerazioni razionali. Dopo tutto ciò, non mi rimane che fare la morale: attenzione all’attore, specie se esistenzialista.
Una chicca per chi mi conosce meglio (e conosce soprattutto il mio rapporto con l’onomastica karmica): questa notte non è tornato a casa a dormire, mi ha spedito sms: sono stanco, rimango a dormire da Marlon.
Ora, dopo una notte vagamente alcolica, provo un leggero senso di tristezza. Passerà.
scritto da gsabelli il 13:06 commenti (18) permalink |