città di iram

scrivere è divenire. non divenire scrittore (o poeta), ma divenire, verbo intransitivo. e non quando la scrittura si modula su argomenti o politiche dati, ma quando traccia per se stessa delle linee di evasione. Trinh T. Minh-ha

 

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Tahar Ben Jelloun, Moha il folle, Moha il saggio

Stephen Murray e Will Roscoe, Islamic Homosexualities

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David Gilmore, La genesi del maschile

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Sakamoto e Morelenbaum - O grande amor

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martedì, settembre 28, 2004

Reciprocità

Oggi ho firmato per i referendum sulla procreazione assistita. Un po' come quelle famigliole etero che partecipano al gay pride.


scritto da gsabelli il 17:53 commenti (8) permalink

giovedì, settembre 23, 2004

Maggio

L'altra sera ho visto Maggio, l'ultimo spettacolo della Corte Sconta. Devo dire che non mi è piaciuto granchè. Era strutturato per quadri, uniti da un vago tema amoroso-sofferente-sognatore-romanzesco. Tre o quattro di questi quadri mi sono sembrati costruiti proprio bene, la danza era pulita, espressiva, riuscivo a capire cosa mi stava trasmettendo. Tutti gli altri... boh. Sembravano esercizi di stile, virtuosismi tecnici vuoti di senso, con scenografie grandi e pompose, grandi veli che facevano tutto loro, e con poca danza.

Le coreografie sono della panterona Laura Balis, che emerge al termine, per gli applausi. La sensazione è di avere di fronte una burattinaia arrogante.

 


scritto da gsabelli il 12:18 commenti (9) permalink

mercoledì, settembre 15, 2004

La mia prima sbarra a terra

La mia prima lezione di sbarra a terra è stata un disastro. Il mio corpo, abituato ad essere rispettato dai pliès in parallelo della danza contemporanea, viene violentato con delle posizioni incredibilmente dolorose e faticose, tenute contro il pavimento, a pancia in su, a pancia in giù, seduto, con le braccia in seconda per circa mezz'ora, che ad un certo punto mi iniziano a tremare dalla fatica. L'insegnante - notevole, n.d.r.o. - crea esercizi apposta per me, l'handicappato del gruppo. Mentre tutti fanno la spaccata io faccio un banalissimo stiramento in ginocchio. Mi chiedo - ce la farò ad arrivare al termine della lezione? Ce la farò a fare sbarra a terra tutti i santi cazzosissimi giorni? E quando lui dice: "Il nostro corpo è un fascista perchè ci fa tenere delle pose che non dovremmo tenere. Noi siamo dei partigiani", io mentalmente rispondo: "Sei tu il fascista, dualista del cazzo! Partigiana tua sorella!". Poi al termine della lezione, quatto quatto, mi avvicino e gli chiedo: "Posso tornare?".


scritto da gsabelli il 13:33 commenti (26) permalink

martedì, settembre 14, 2004

Milano che hai, stai poco bene?

Uno torna da Berlino, già sul piede di guerra. “Insomma, in questa città non c’è mai un cazzo, alla sera ti trovi a casa e non sai dove andare, sempre la stessa roba, che palle.” E invece sono tornato da Berlino e mi sono ritrovato in una città con: un festival di teatro-danza, un festival del cinema, una bellissima mostra en plain air di Yann Arthus Bertrand, due festival incipienti di teatro, la rassegna dei film di Venezia, c’è qualcos’altro?

 

Il festival Uovo

Alla sua seconda edizione, ha presentato lavori di coreografi-danzatori provenienti da Francia, Giappone, Italia, Belgio, Svizzera, Germania, Svezia.

 

Blanche-Neige, di Catherine Bay

3 donne vestite da biancaneve siedono su tre poltrone. Ai loro piedi oggetti vari (una bottiglia d’acqua, un pacchetto di sigarette, una lattina di birra, limoni…). Inizialmente si muovono a scatti, come automi. Non c’è relazione tra loro, se non una relazione di sguardi vuoti. Tra loro e il pubblico una vetrata. Poi cominciano a inciampare nei loro movimenti, a concentrarsi su azioni e reazioni, a utilizzare gli oggetti, dapprima in modo meccanico, poi via via più consapevole. Con lo sguardo ogni tanto tornano sul pubblico, e a volte è uno sguardo interrogativo, a volte ironico. Iniziano a muoversi nello spazio, compiendo semplici azioni. A un certo punto una si spiaccica sulla vetrata, in un tentativo di andarsene, e le altre escono da una porta sul retro. Quella spiaccicata si alza e le segue. Fine. Un lavoro che non ho capito e che mi è sembrato molto lungo e molto noioso, tutto sommato.

 

Societas Raffaello Sanzio

Quindici minuti. Odio quando in teatro vengono utilizzati polmoni, fegati e organi di animali. Peccato perché fino all’esposizione dell’organo il lavoro era molto piacevole. Ma probabilmente è la spiacevolezza ciò che ricercano.

 

While going to a condition, di Hiroaki Umeda

Un uomo giapponese è in mezzo alla scena, fermo. Su un telo bianco sullo sfondo vengono proiettate righe e riquadri bianchi, che costituiscono le luci di scena. Pian piano il suo corpo si sveglia e fa cose pazzesche. Molto bravo lui. L’ho rivisto il giorno dopo seduto di fronte al teatro a guardare il nulla. Mi hanno confermato che va in giro per la città concentrandosi di punto in bianco su particolari minimi. E’ lo stesso anche nella sua danza, che procede a volte con minuscoli scatti, a volte in modo molto dolce e ampio. E’ tutto collegato.

 

Do you believe in gravity? Do you trust the pilot?, di Thomas Hauert

Bellissimo. Un lavoro sullo spazio, sui confini, sulla possibilità di vivere le esperienze. “Noi ci definiamo molto poco attraverso le sensazioni che ci danno le nostre esperienze. E’ molto più importante invece lo sguardo altrui, lo sguardo che proviene da fuori”.

 

 

 

 

 

 

J’aime, di Alice Chauchat e Anne Juren

Mezz’ora di musica tecno sparata nelle orecchie. Due cubiste ammaliano e sfidano il pubblico. Un lavoro incentrato sulla malizia dello sguardo, sulla possessività dello sguardo dello spettatore, sulla complicità dello sguardo delle danzatrici. Se fosse durato meno, mi sarei annoiato. Invece sono riuscito a entrare in uno stato di trans e di visione sfocata che, nella sfocatezza, mi ha fatto avere chiare visioni.


scritto da gsabelli il 18:37 commenti (4) permalink

martedì, settembre 07, 2004

Lo so lo so, tutto in famiglia, qui è tutto un magna magna, eccetera eccetera, però questa intervista del mi' babbo la segnalo volentieri. Si tratta di un'intervista a Gianni Vattimo, e ve la segnalo semplicemente perchè Gianni Vattimo, io, l'ho votato, alle recenti elezioni europee. Purtroppo però è stato trombato.

Due brevi stralci.

D: Essere gay ti ha danneggiato nella vita?
R: No, anzi, mi ha favorito. Nell’estate del 1976 si seppe che ero omosessuale. Nell’autunno la facoltà di Lettere mi elesse preside.

e ancora

«Mi viene voglia di andare con una donna quando penso che appartengo alla stessa schiera di Cecchi Paone. Molti intelligenti sono gay, ma non tutti i gay sono intelligenti».

L'intervista la trovate cliccando qua.



scritto da gsabelli il 12:43 commenti (19) permalink

giovedì, settembre 02, 2004

Marcuàn guarda irma, che guarda l’uomo nero, che guarda fiottolino. Si trovano di fronte alla sede milanese di un noto circolo politico omosessuale, dove sta per avere inizio la proiezione di lilies, film drammatico canadese che si svolge negli anni ’50, una storia di carcere e di religione. Nella sala dove verrà proiettato il film entrano due ragazzi, molto giovani e decisamente obesi. Marcuàn guarda irma, che guarda l’uomo nero, che guarda fiottolino. Marcuàn arriccia il naso: “ho letto qualcosa di questo film… - arriccia ancora di più il naso – è una storia un po’ triste… - insomma, un po’ così, di un certo tipo…” Fiottolino: “marcuàn, sei tu il kritiko del gruppo”. Irma: “Certo… però eravamo qui per vedere il film, non per…”. Uomo nero: “Tra un’ora e mezza inizia Fahrenheit 9/11, se ci sbrighiamo facciamo ancora in tempo [ndr: il cinema in cui proiettano il film di Moore è dietro l’angolo]”. Fiottolino: “Ma ho appena salutato quell’obeso che mi ha detto ciao…”. Marcuàn rincara la dose: “Ho saputo che non è neanche in pellicola, si tratta di un vile vhs…”. "VHS???" gracchiano in coro le kretine... questa è la goccia che fa traboccare il vaso, le 4 sono già sulla strada del cinema, comprano il biglietto e si recano a sbronzarsi in un qualsiasi pub milanese.

 

Il film, Fahrenheit 9/11, è incredibilmente interessante. Irma piange un po’, in diversi momenti del film, e prova una sensazione di angoscia, come di aver tacitamente contribuito a che tutto ciò che viene descritto nel film succedesse. E’ consapevole che non ballerà più Britney Spears (no, neanche Toxic), con la stessa verve di prima, dopo averla udita dire, a proposito della guerra in Iraq: “Io sostengo il mio presidente”. E’ contenta che sia stato girato un film così ben documentato, che questo film abbia vinto un premio importante, che stasera la sala sia piena zeppa di persone e che alla fine ci sia pure un applauso. E’ contenta che migliaia di persone, sé compresa, abbiano visto una madre americana, prima accanita sostenitrice dei Marines, andare di fronte alla Casa Bianca e piangere, perché suo figlio è morto in Iraq. E’ rattristata dall’aver visto una donna irakena invocare la punizione divina contro coloro che hanno ucciso i suoi parenti, che vivevano nella casa accanto alla sua, e un giovane soldato americano non capire il perché gli irakeni odino tanto i soldati americani. Ed è molto triste che il mondo si sorregga sul potere di un uomo solo, un uomo stupido e ignorante e che, nonostante questo, può fare il bello e il cattivo tempo. Pensa alla Repubblica di Platone e al re filosofo, pensa agli ariani di Nietzsche e al loro essere bravi, belli, coraggiosi e scevri dalla falsa morale. Pensa a tutto questo e, tra una lacrima e l’altra, intravede al cinema il presidente del circolo omosessuale da cui sono fuggiti, e si sente sollevata dal peso di aver abbandonato in ambasce gli organizzatori del cineforum (“se non ci va neanche il presidente…” – pensa irma).

 


scritto da gsabelli il 01:56 commenti (15) permalink