città di iram

scrivere è divenire. non divenire scrittore (o poeta), ma divenire, verbo intransitivo. e non quando la scrittura si modula su argomenti o politiche dati, ma quando traccia per se stessa delle linee di evasione. Trinh T. Minh-ha

 

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martedì, settembre 14, 2004

Milano che hai, stai poco bene?

Uno torna da Berlino, già sul piede di guerra. “Insomma, in questa città non c’è mai un cazzo, alla sera ti trovi a casa e non sai dove andare, sempre la stessa roba, che palle.” E invece sono tornato da Berlino e mi sono ritrovato in una città con: un festival di teatro-danza, un festival del cinema, una bellissima mostra en plain air di Yann Arthus Bertrand, due festival incipienti di teatro, la rassegna dei film di Venezia, c’è qualcos’altro?

 

Il festival Uovo

Alla sua seconda edizione, ha presentato lavori di coreografi-danzatori provenienti da Francia, Giappone, Italia, Belgio, Svizzera, Germania, Svezia.

 

Blanche-Neige, di Catherine Bay

3 donne vestite da biancaneve siedono su tre poltrone. Ai loro piedi oggetti vari (una bottiglia d’acqua, un pacchetto di sigarette, una lattina di birra, limoni…). Inizialmente si muovono a scatti, come automi. Non c’è relazione tra loro, se non una relazione di sguardi vuoti. Tra loro e il pubblico una vetrata. Poi cominciano a inciampare nei loro movimenti, a concentrarsi su azioni e reazioni, a utilizzare gli oggetti, dapprima in modo meccanico, poi via via più consapevole. Con lo sguardo ogni tanto tornano sul pubblico, e a volte è uno sguardo interrogativo, a volte ironico. Iniziano a muoversi nello spazio, compiendo semplici azioni. A un certo punto una si spiaccica sulla vetrata, in un tentativo di andarsene, e le altre escono da una porta sul retro. Quella spiaccicata si alza e le segue. Fine. Un lavoro che non ho capito e che mi è sembrato molto lungo e molto noioso, tutto sommato.

 

Societas Raffaello Sanzio

Quindici minuti. Odio quando in teatro vengono utilizzati polmoni, fegati e organi di animali. Peccato perché fino all’esposizione dell’organo il lavoro era molto piacevole. Ma probabilmente è la spiacevolezza ciò che ricercano.

 

While going to a condition, di Hiroaki Umeda

Un uomo giapponese è in mezzo alla scena, fermo. Su un telo bianco sullo sfondo vengono proiettate righe e riquadri bianchi, che costituiscono le luci di scena. Pian piano il suo corpo si sveglia e fa cose pazzesche. Molto bravo lui. L’ho rivisto il giorno dopo seduto di fronte al teatro a guardare il nulla. Mi hanno confermato che va in giro per la città concentrandosi di punto in bianco su particolari minimi. E’ lo stesso anche nella sua danza, che procede a volte con minuscoli scatti, a volte in modo molto dolce e ampio. E’ tutto collegato.

 

Do you believe in gravity? Do you trust the pilot?, di Thomas Hauert

Bellissimo. Un lavoro sullo spazio, sui confini, sulla possibilità di vivere le esperienze. “Noi ci definiamo molto poco attraverso le sensazioni che ci danno le nostre esperienze. E’ molto più importante invece lo sguardo altrui, lo sguardo che proviene da fuori”.

 

 

 

 

 

 

J’aime, di Alice Chauchat e Anne Juren

Mezz’ora di musica tecno sparata nelle orecchie. Due cubiste ammaliano e sfidano il pubblico. Un lavoro incentrato sulla malizia dello sguardo, sulla possessività dello sguardo dello spettatore, sulla complicità dello sguardo delle danzatrici. Se fosse durato meno, mi sarei annoiato. Invece sono riuscito a entrare in uno stato di trans e di visione sfocata che, nella sfocatezza, mi ha fatto avere chiare visioni.


scritto da gsabelli il 18:37 commenti (4) permalink